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e alla crisi dei mutui subprime), innescando una spirale di recessione e crisi finanziarie (e, in minima parte, di coscienza) segnando il tracollo di milioni di persone. Un film “da camera” come, in fondo, lo era anche il suo più prossimo antesignano. Facendo un passo indietro di quasi vent’an- ni, “Americani” di James Foley (con ancora protagonista un giovane Kevin Spacey, oltre a due giganti come Jack Lemon edAl Pacino) nonpuntava il dito direttamente sulle banche ma, più in generale, sul corporativismo del sistema economico-finanziario americano. Lo stesso che viene denunciato nel film “La grande scommessa” , forse l’operapiù riuscita e recente sulla finanza tossica, diretto, con pi- glioscatenatoeinnovatoredaAdamMcKay(lo stesso che ha realizzato, con “Vice – L’uomo nell’ombra”, il ritratto senza filtri del vicepre- sidente degli Stati Uniti Dick Cheney e il dis- sacrante “Don’t Look Up” su una imminente fine del mondo che squaderna ogni regola e principio alla base dell’umanità). Ispirato al libro di Michael Lewis (The Big Short, Rizzo- li editore), “La grande scommessa” racconta la crisi finanziaria che ha messo in ginocchio mezzo mondo scegliendo il punto di vista di un piccolo gruppo di speculatori visionari, presi per matti dalle grandi banche, osservate nella loro irresponsabile incoscienza, quella di chi non vuole a nessun costo rinunciare a una fonte di guadagno. Personaggi fuori dagli schemi, a loro modo vincenti, ma a che prez- zo? “Vi rendete conto di quello che avete fatto? Avete scommesso contro l’economia america- na?” , dice uno di loro. “Se abbiamo ragione la genteperderà la casa, lagenteperderà il lavoro. Perderà i risparmi di una vita, perderà la pen- sione. Per lebanche lepersone sonodei numeri. Eccounnumero: ogni 1%inpiùdi disoccupati muoionoquarantamilapersone, lo sapevate?” . È forse il più dirompente atto d’accusa contro lebanche e tutto sistemafinanziariodegli ulti- mi anni al cinema, ancora più efficace perché raccontato con i meccanismi della commedia anziché del dramma, spiegando astrusi con- cetti tecnici ed economici attraverso cartelli, sovraimpressioni e, soprattutto, dialoghi in macchina al limite dell’assurdo: come quel- lo in cui Margot Robbie, in vasca da bagno, spiega la rischiosità dei subprime o il cuoco Anthony Bourdain scoperchia la truffa delle obbligazioni di debito collateralizzate. Forme cinematografiche inedite che, tuttavia, batto- no già lì dove il dente duole da un po’. Non è un caso che prima del film di AdamMcKay, il documentario (vincitore di un Oscar) “Inside Job” di Charles Ferguson avesse spiegato la crisi del 2009 partendo dal caso dell’Islanda: la creazione di bolle speculative destinate ad esplodere, l’immoralità della scommessa su prodotti derivati, la corruzione e lamenzogna dellebanchedi investimento, colpevoli di ven- dere pessimi prodotti ai propri clienti mentre, contemporaneamente, scommettono sul loro fallimento. Un’enorme implosione che, però, deveesserecontrollataperevitareeffettiancora peggiori scaturiti dalla cupidigia del sistema. Come racconta il film di Curtis Hanson del 2011 “Too Big to Fail – Il crollo dei giganti” quando, dopo la caduta di Lehman Brothers, il segretario del Tesoro del governo Bush co- strinse otto grandi banche di investimento ad accettareunprestito forzosodalloStatoper far ripartire l’economia.Quellaeconomia incui gli attori, in fondo, sono sempre gli stessi: cadono in piedi, fanno e disfano, vendono e compra- no, rassicurano e spaventano. Con il cinema degli ultimi venti anni impegnatoa raccogliere lesuggestioni di questocontestomalato, ormai lontanissimo dalla figura del banchiere rassi- curante e dall’apologo del risparmio e della cautela. Come se, nell’arco di oltre un secolo, l’originario punto di riferimento di quel cine- ma, prima ancora dell’invenzione dei fratelli Lumiere, non fosse altri che Ebenezer Scroo- ge, l’avaro finanziare londinese descritto da Charles Dickens in “Canto di Natale” . Era il 1843 e già, allora, la banca sembravauna tana di lupi che avrebbe generato, nel tempo, un esemplare dietro l’altro. Martin Scorsese lo avrebbe chiamato “The Wolf of Wall Street”. B E | B AN K E R S 113

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